Perchè Sanremo è Sanremo. E quindi, parafrasando il Marchese del Grillo, noi non siamo un cazzo. Basta, questa storia va avanti da tanti, troppi anni. E, se proprio volete saperlo, le canzoni di Sanremo, insieme ai tweet di Gasparri e al plastico di Cogne, sono i motivi che hanno indotto l’Isis a dichiarare guerra all’Occidente. Del resto anch’io, quando vedo Albano e Gigi D’Alessio, provo l’irresistibile impulso di acquistare una Smith & Wesson. Perché Sanremo, musicalmente, vale molto meno dello Zecchino d’Oro. E, come fascino, se la gioca al massimo con la sagra del fungo prugnolo.
Sia chiaro, non sono in discussione le voci, ma le canzoni. Conosco almeno un miliardo di cantanti che sanno cantare, il problema è che i loro brani sono accattivanti come le sedute spiritiche di Romano Prodi. E, se non hai le canzoni giuste, sono Razzi tuoi. Ma, tutto sommato, i brani, nella loro eterna insulsaggine, costituiscono il contorno di un piatto ormai maleodorante. Il tanfo si avverte già guardando i promo della manifestazione, ideati da qualche psicopatico in libera uscita.
Cinque giorni per celebrare il nulla, in un contesto socio-economico che fa tremare i polsi. La verità è che Sanremo è da tempo diventato un carrozzone inutile e costoso, palcoscenico ideale per raccomandati e miracolati, sfogo naturale per i poveretti usciti da quelle fabbriche d’illusioni chiamate pomposamente talent. Guardarlo è autolesionismo puro, boicottarlo una forma di resistenza civile a un Sistema che salva le banche e ignora le istanze dei terremotati.
Nella foto: la voce che fa tremare i lampadari e girare i coglioni.